Le citazioni in diversi colori, l’uso del corsivo e del grassetto, l’immenso apparato iconografico pluridisciplinare fanno pensare alle policrome schede di un’enciclopedia virtuale. Mille volte desisto / mille volte riparto / mille volte mi fermo… / Oh splendido desiderio di rimanere sospesa  / e non attendere invano le ore del tempo! – all’utilizzo socio-culturale di un patrimonio lasciato da secoli alla cura (non sempre benigna) di madre natura. Ha pubblicato nel 2008 il suo primo libro dedicato alla radio di Renzo Arbore. Chissà se conviene sempre, se fa più o meno male, spedire una lettera o una semplice frase d’amore, se almeno consola chi la spedisce, se non è troppo tardi… Queste Cento frasi d’amore di Pina Scotti (53 anni, grossetana ma ligure di origini, autrice di una decina di libri) non hanno avuto in realtà il tempo di essere inviate al destinatario; rimangono quindi la testimonianza di quel che sarebbe stato l’amore, nelle aspirazioni troppo in fretta frustrate. Mentre i grandi dell’epoca scrivevano i loro capolavori, insomma, Giustino Ferri – che li leggesse o no importa poco – a sua volta compone un’opera che condensa di quelli le pagine migliori, e ne fa un affresco di inettitudine e conformismo. Ha ragione Carlino: è “un lungo monologo” ma forse non “a bassa voce”. Il tema del tempo si intensifica col passare dei decenni, si affina la scrittura e si scaltrisce la maniera di porsi ma l’onestà intellettuale è salda e l’assunto di partenza non si smentisce. Come fa un certo effetto leggere un romanzo – breve ma densissimo di eventi e personaggi (uno dei quali si chiama Fabrizio e fa canzoni di successo, un altro è un Alessandro…) – avvertendo chiara la vena personale che alimenta qua e là una trama ricca di colpi di scena. Siamo olive macinate dal frantoio inesorabile del tempo! – questa è una forma di poesia: quando si hanno idee e le si vuol comunicare, bisogna anche cercare di toccare il bersaglio grosso dell’attenzione. Anna Maria Capasso, Controvento, Caramanica. E questo suo L’ingegnere in blu è infatti un omaggio al maestro riconosciuto di una intera generazione di scrittori in qualche modo considerati outsider, non molti, in verità, ma tutti con le stimmate del ricercatore appassionato che fu appunto il gran lombardo. Per comprendere il suo sentimento del tempo (lo sguardo ironico e disincantato – almeno in apparenza, poiché fa trapelare al sua sottile inquietudine), si può leggere un titolo, quello della prima sezione di Allegorie d’inverno: “L’orologio di Dalì” – e lo sappiamo quale idea di tempo liquido rappresenti quell’orologio… Ecco che hanno un senso preciso citazioni come “Con quale indulgenza mi degna / il tempo delle sue briciole d’eterno!” (è un doppio paradosso che il tempo si sbricioli dall’eterno e sia indulgente di tali briciole), “come giorni dentro un calendario…” (dove il salto del/nel tempo è dato da una perdita familiare accettata come viatico per il dopo – che non avrà “dentro il male”), “il tuo orologio guasto segna le ore del nulla” (Dalì sorride o sogghigna: non si può “segnare” il tempo con i nostri orologi): bisogna rassegnarsi a vivere il tempo nella sua provvisoria pastosa perduta (non)essenza. È importante sapere, ai fini dell’analisi critica, non per altre morbose antipatiche curiosità anagrafiche, a che età è stato scritto un lavoro, l’arco di tempo in cui si è evoluta la composizione di un libro, che poi viene messo a disposizione di un lettore che lo consumerà (chissà quando) a suo piacimento. Il desiderio di solitudine nasce poi come reazione all’opprimente mondo di relazioni che ci costringe ad avere sempre una maschera di circostanza – uscire, cioè svoltare in altre dimensioni esistenziali, cioè de-vertere, alla latina, è quello che il filosofo Pascal, uno dei più citati nel libro, chiamava divertissement.